A Firenze il degrado del “divertimento”

Il piccolo parco adiacente alla Pescaia di San Niccolò a Firenze era uno dei pochi luoghi di aggregazione sociale a ridosso del centro di Firenze fuori dai giri turistici e libero dalla pressione commerciale. Fino a quest’anno ci si poteva andare a passeggiare, fare yoga, Tai Chi, portare qualche strumento musicale, fare una merenda, un piccolo pic nic, o semplicemente meditare o prendere il sole. Una piccola oasi naturale di acqua, erba, alberi e animali, in cui il suono delle rapide dell’Arno si impone al rumore del traffico del lungarno Pecori Giraldi, distante solo pochi metri.
Ma quest’anno anche quello spazio – come già avviene da anni per il parco a ridosso del vicino Lungarno del Tempio – verrà occupato da ristorantini e bar mobili, organizzati con container in lamiera e pronti a offrire colazioni, aperitivi e cene a ritmo del reggaeton del momento.
A Firenze oramai sembra che ogni spazio pubblico debba essere commercializzato. L’idea che la socialità non passi necessariamente attraverso spritz e negroni non viene in mente agli amministratori pubblici, che parlano di cultura e di ecologia e poi invadono ogni piccolo microcosmo cittadino con cavi elettrici, luci, amplificatori, alcol e plastica.
Era proprio necessario occupare anche la Pescaia di San Niccolò?
Eppure nel 2010, quando con un blitz delle forze dell’ordine all’alba del 4 giugno, proprio lì accanto fu sgomberato il mercatino multietnico (autorizzato dieci anni prima), la vicecomandante della Polizia municipale Antonella Manzione, dichiarò che in quel luogo non si poteva vendere: “Siamo in un’area destinata impropriamente ad un’attività che qui non può essere svolta”, perché destinata a verde pubblico. Be’, allora si parlava di degrado. E questo cos’è?

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