La statistica, una scienza sacrificata sull’altare del Covid

A me sta bene appellarmi alla scienza. Ma quale scienza? Perché nel campo del Covid sono state schierate tante discipline: medicina, virologia, epidemiologia, infettivologia, chimica, tutte con una dignità propria da difendere e affermare, a volte a scapito delle altre. Ma una scienza in particolare, la statistica, è stata strumentalizzata solo per sorreggere l’una o l’altra causa, per avallare ipotesi o condizionare l’opinione pubblica, per indirizzare scelte politiche o scelte d’affari. In quest’ultimo anno è stata vilipesa, manipolata per ignoranza o per malafede. Una sorella povera, la statistica, ma intelligente, che se usata bene sarebbe in grado di mettere in riga le sorelle arroganti e meno intelligenti. Se dobbiamo appellarci a una scienza, allora, perché non alla statistica? Alla buona, onesta statistica, ovviamente.

A volte penso che se all’università avessi esposto i dati come hanno fatto e fanno la Protezione civile e l’Istituto Superiore della Sanità parlando di contagi e di curve di positivi, molto probabilmente mi avrebbero bocciato all’esame di Statistica. Ma forse lo avrebbero già fatto alle elementari, quando mi insegnarono a non sommare le mele con le pere. Ricorderete che nei primi mesi della pandemia venivano annunciati solo dati assoluti di nuovi contagi, descrivendo grafici per semplici sommatorie di casi, senza considerare il numero e la qualità dei tamponi effettuati: “oggi i nuovi positivi sono 1550!”, “oggi 1730!”, “oggi 300, perché è domenica!”. E giù di tabelle e grafici che “dimostravano” l’andamento del contagio. L’andamento del contagio! Dio mio. Poi, per non abusare troppo della nostra ignoranza, nella comunicazione è stato introdotto l’indice di positività, che calcola il numero di positivi sul totale dei tamponi effettuati, ma con la brillante idea di far decidere alle Regioni, in piena autonomia, cosa comunicare come numeratore e cosa come denominatore. Le Regioni adottano procedure legittime, ma non uniformi: la Sicilia, solo per fare un esempio, per una persona positiva al tampone rapido effettua un tampone molecolare, che se positivo incide nel data set come 2 tamponi effettuati per lo stesso positivo, riducendo così il tasso di positività comunicato, ma fornendo un’indicazione evidentemente errata.

Che dire poi della superficialità con cui vengono confusi concetti come “incidenza”, “frequenza” e “probabilità” quando si parla degli eventi indesiderati dei vaccini? Riviste e opinionisti per tranquillizzare sugli effetti avversi del vaccino non fanno che ripetere paragoni assurdi e confusi: “è più probabile morire attraversando i binari in una stazione”, “è più probabile avere una trombosi se sei iperteso, sovrappeso e fumatore e prendi l’aereo”, “è più probabile morire affogati nella vasca da bagno”, “è più probabile avere una trombosi a seguito di una pillola contraccettiva” e altri paragoni simili, con percentuali e indici ben in evidenza. Ma il punto è che non necessariamente milioni di italiani si mettono ad attraversare binari di un treno, (mentre volente o nolente il vaccino lo faremo in milioni) e i casi avversi di trombosi si sono verificati anche in soggetti non fumatori e sovrappeso, che magari hanno preso l’aereo decine di volte senza problemi. Molti una vasca non la vedranno mai in vita loro perché preferiscono la doccia, e una grande percentuale di soggetti la pillola anticoncezionale non la prenderà mai, perché maschio o in età non fertile. Questi paragoni sviliscono la statistica, che è una scienza umile, ma precisa.

Umile perché di servizio. Sa bene che quello che può offrire sono solo dati, elaborazioni o indicazioni, a volte aleatorie. Sa che la scelta della pallina bianca o della pallina rossa in un bussolotto, classico esempio di calcolo delle probabilità, riguarda le palline, non vite umane, ma fornisce il suo modello alla politica, che prenderà le decisioni più sagge -si spera -per le vite umane. Non ha l’arroganza di chi difende strenuamente una molecola, una diagnosi, una cura, salvo poi smentirsi un mese o un anno dopo. Perché le scienze – le altre scienze – sono fallibili: è il tempo, l’esperienza e lo studio che perfezionano molecole, diagnosi e cure. La forza delle scienze risiede proprio nella loro fragilità e nella coltivazione del dubbio, perché è ciò che le rende “progressive”. Il dubbio è quello che le distingue dalle teorie complottistiche. Il tempo e l’esperienza, invece, sono variabili che la statistica maneggia con onestà e lucidità per supportarle nella loro ricerca, nella loro abilità.

L’AstraZeneca: una “ragion di Stato”

Il 30 gennaio l’ Agenzia Italiana del farmaco (AIFA) autorizza il vaccino AstraZeneca e fornisce una chiara indicazione per un “suo utilizzo preferenziale in soggetti tra i 18 e i 55 anni, per i quali sono disponibili evidenze maggiormente solide“.
Il 2 febbraio l’AIFA ribadisce: che “in attesa di ulteriori studi, l’indicazione per il vaccino AstraZeneca resta preferenzialmente per la popolazione tra i 18 e 55 anni e senza patologie gravi, per la quale sono disponibili dati più solidi“.
L’8 marzo l’Austria blocca un lotto dell’AstraZeneca a seguito della morte di un’infermiera di 49 anni.
L’11 marzo la Danimarca annuncia la sospensione di AstraZeneca.
L’11 marzo l’AIFA decide di emettere un divieto di utilizzo del lotto ABV2856 del vaccino AstraZeneca su tutto il territorio nazionale a seguito della segnalazione di alcuni eventi avversi gravi.
Il 14 marzo l’AIFA rassicura gli italiani per l’ingiustificato allarme sulla sicurezza del vaccino AstraZeneca: “I casi di decesso verificatisi dopo la somministrazione del vaccino AstraZeneca hanno un legame solo temporale. Nessuna causalità è stata dimostrata tra i due eventi. L’allarme legato alla sicurezza del vaccino AstraZeneca non è giustificato
Il giorno dopo sospende in via cautelare il vaccino: “L’AIFA ha deciso di estendere in via del tutto precauzionale e temporanea, in attesa dei pronunciamenti dell’EMA, il divieto di utilizzo del vaccino AstraZeneca Covid19 su tutto il territorio nazionale“.  
Al 15 marzo i Paesi che hanno sospeso l’AstraZeneca sono Francia, Danimarca, Germania, Italia, Spagna, Norvegia, Islanda, Bulgaria, Paesi Bassi e Irlanda, a cui si aggiungono Thailandia e Repubblica Democratica del Congo. Altri Paesi dell’Unione europea – Austria, Lussemburgo, Estonia, Lituania e Lettonia – hanno bloccato alcuni lotti specifici del vaccino, permettendo l’uso delle altre dosi.
Il 18 marzo: L’Agenzia Europea per i Medicinali (EMA), conferma il favorevole rapporto beneficio/rischio del vaccino antiCovid19 AstraZeneca, escludendo una associazione tra i casi di trombosi e il vaccino COVID19.
A seguito della decisione della pronuncia favorevole dell’EMA, l’AIFA autorizza  le vaccinazioni con AstraZeneca dal giorno successivo.

Cosa succede invece negli altri Paesi?
La Francia ha deciso di riservare il vaccino solo alle persone di età superiore ai 55 anni.
Il Land di Berlino, ha deciso di interrompere le vaccinazioni per le donne sotto i 60 anni. La commissione tedesca sui vaccini, Stiko, ha raccomandato l’uso di AstraZeneca solo per le persone sopra i 60 anni.
Norvegia e Danimarca hanno prorogato lo stop al vaccino fino al 15 aprile. La Danimarca in particolare ha dichiarato di non aver ancora escluso un possibile collegamento tra questo vaccino ed i casi di trombosi segnalati.
L’Olanda ha sospeso temporaneamente l’uso di AstraZeneca per tutte le età (avrebbe concesso la vaccinazione agli over 60 ma per opportunità economiche lo ha sospeso anche per loro).

In Italia, invece, la vaccinazione AstraZeneca è consentita, e a tutte le fasce di età. Questo nonostante ci siano vari casi di morti sospette a seguito della vaccinazione: un’insegnante 32enne di Genova, vaccinata il 22 marzo e morta a seguito di un’emorragia cerebrale qualche giorno dopo; un’insegnante di Palermo di 47 anni, una maestra di musica di Messina di 55 anni, un insegnante di Biella, una dirigente d’azienda di 69 anni ad Agrigento, e tanti altri casi.

Viene da chiedersi a quale logica risponda l’accelerazione della campagna vaccinale con farmaci dalla sicurezza a mio parere apparentemente così dubbia. La risposta la dà il presidente Mario Draghi il 18 marzo nel suo intervento alla cerimonia per la giornata delle vittime del Covid: “Il governo è impegnato a fare il maggior numero di vaccinazioni nel più breve tempo possibile. Questa è la nostra priorità“. E prosegue ribadendo che “qualunque sia la decisione dell’EMA, la campagna vaccinale proseguirà con la stessa intensità, con gli stessi obiettivi“.
Qualunque sia la decisione dell’EMA. Esatto. Draghi rassicura l’economia, i mercati. Ma non riesce a rassicurare uomini e donne (soprattutto donne), che stanno giocando a una roulette russa col vaccino. Sono insegnanti, infermiere, cittadine italiane. Sono madri, sorelle, amiche. Ci pieghiamo di fronte a una “ragion di Stato” che evidentemente non ci è dato comprendere. Ma è la “ragion di Stato” italiana. Quella degli altri Paesi europei, al momento, mi sembra meno cinica.

Pubblicato anche sul Fatto Quotidiano

Il Covid non è una malattia. E’ un sintomo

Mi sembra che nell’informazione e sui social oggi, riguardo al Covid, ci sia troppa polarizzazione, soprattutto ora che il dibattito sull’obbligatorietà, necessità, efficacia, scopo, del vaccino ha cominciato a dividere le opinioni di molti.

Io credo che abbiamo perso di vista il problema principale, e lo abbiamo fatto perché la politica, che ci ha plasmato fino a rappresentarci davvero, ci ha dirottato su problemi secondari, utili da una parte a preservare l’ordine dominante e dall’altra a rifocillare le solite lobbies industriali che speculano su tutto, anche sul dolore. E noi abbiamo assecondato questa narrazione, perché è comunque meno destabilizzante della messa in discussione del nostro stile di vita, fatto di sprechi e sfruttamenti. Così ci siamo ritrovati a “combattere il Covid”, “contenere il Covid”, “immunizzarci dal Covid”. Come se il Covid fosse il problema. Come se se il covid fosse la malattia.

Il Covid non è la malattia. Il Covid è un sintomo.

Stiamo spendendo tutte le forze economiche e sociali per curare un sintomo e lasciare che la malattia vera progredisca in maniera indisturbata. Una malattia che esploderà con più violenza tra qualche anno, forse con un nuovo virus, o una nuova variante, o con un evento climatico disastroso o una nuova guerra mondiale, che ci troverà con mascherine griffate e l’immunità a un virus ormai innocuo. Il paradosso è che tutto quello che stiamo facendo per curare il sintomo sta addirittura aggravando la malattia. Come un cortisone che placa l’infiammazione, ma aggredisce il sistema immunitario e lo rende più debole. Mascherine, vaccini, distanziatori di plexiglass, guanti, tute monouso, mezzi di trasporto privati, alimentano quel mostro industriale e inquinante che è parte del problema. La chiusura di luoghi di cultura e di socializzazione, la riduzione dei viaggi e delle occasioni di incontro e confronto indeboliscono lo spirito, depotenziano il pensiero critico. E tutto questo è sorretto da una politica incapace di incidere in maniera significativa sulla causa del problema, che è un sistema economico insostenibile, fatto di sfruttamento incontrollato delle risorse del pianeta. Di tutte le risorse: minerali, vegetali, animali, umane.

Ci stiamo dividendo sull’opportunità di farci iniettare il vaccino Vaxzevria (Astrazeneca) o sull’effettiva necessità della chiusura delle scuole o dei ristoranti, ci stiamo dividendo tra devoti alla Sacra Scienza e devoti a una Teoria cospirativa, ma abbiamo perso di vista l’unico vero problema, e cioè che il Covid in qualche modo passerà, ma saremo comunque esposti a nuove e forse più violenti sintomi, perché non abbiamo voluto affrontare la malattia. Non abbiamo voluto mettere in discussione uno stile di vita dannoso per il pianeta e per tutti i suoi abitanti, noi compresi. Non abbiamo voluto ammettere che il capitalismo liberista, tra tutte le teorie economiche, nonostante sia stato lo stimolo di una creatività e di uno sviluppo inimmaginabile, non è sostenibile e questo lo rende il peggiore tra i modelli economici possibili.

Articolo pubblicato anche sul Fatto Quotidiano